Stefano Beccastrini è nato nel 1948, l’anno in cui fu emanata la Costituzione della Repubblica Italiana e la Carta universale dei diritti dell’uomo.. Il 7 marzo, sotto il segno dei Pesci, come Raymond Queneau e Jerry Lewis. A Cavriglia, toscana terra di minatori anarchici (il centro del mondo, secondo Adriano Sofri).
Ama fin da bambino i libri (a sei anni si mise a scrivere un’enciclopedia, rimasta incompiuta) e i film. Passava i pomeriggi domenicali, in attesa che i suoi genitori andassero a riprenderlo nel cinemino ove lo avevano lasciato, rivedendo un paio di volte il western di turno (ricorda, soprattutto, quelli di Budd Boetticher con Randolph Scott). Il primo film a farlo piangere a dirotto, nell’infanzia, fu “Spartaco” di Riccardo Freda. Da grande, poi, “Spartacus” di Stanley Kubrick, “Incompreso” di Luigi Comencini, “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford, “Lo specchio della vita” di Douglas Sirk.
Ha studiato a Firenze e a Pisa. Ha fatto il Sessantotto e non se n’è mai pentito. Si è laureato in Medicina (con una tesi sulla storia del Morbo di Hogdin, quello di “Caro diario”) e in Scienze dell’educazione (con una tesi su “Educazione e società in Francois Truffaut”).
Ha scritto moltissimo (ma meno, per fortuna sua e del prossimo, di quanto abbia letto): libri, saggi, articoli, testi teatral-musicali e di canzoni, poesie, relazioni a convegni, epitaffi ed epitalami. Su tanti argomenti: di medicina preventiva e del lavoro, di educazione e promozione della salute, di ecologia ed educazione alla sostenibilità, di teorie e tecniche della comunicazione, di metodologie formative, di storia dell’alimentazione e della scienza (ultimamente, con sua moglie, una storia della matematica per la scuola elementare), di geografia (anche manuali per le scuole), di cinema. (anche sulla mitica rivista “Cinema&Film”).
Ha girato, per curiosità e lavoro, mezzo mondo: tutta l’Italia, buona parte dell’Europa, gli USA, l’America Latina, la Cina, l’Africa. La sua Itaca, però, resta la Toscana. Dirige la collana editoriale “Viaggio in Italia” della casa editrice Aska di Firenze e collabora stabilmente con la casa editrice Volo, sempre di Firenze.
Oltre l’ozio riflessivo e la democrazia ama il mare e le nuvole, la luna e Leopardi, la trippa e il baccalà, le penne stilografiche, le cravatte, il vino, Omero, Dante, Shakespeare, Vittorio Foa, la pittura, “Moby Dick” e “L’isola del tesoro”, Mozart, Mina, il cinema di Roberto Rossellini e quello di Alfred Hitchcock, la filosofia, insegnare, partire, tornare…
A Tara (come Scarlet O’Hara): una casa colonica nell’aretino ove vive con una moglie matematica, una figlia maestra, una suocera che fa la ribollita più buona del mondo, un genero che sa fare di tutto (ultimamente, una splendida libreria), un angelo incarnato in una nipotina dagli occhi color del cielo a primavera (si chiama Caterina, come la rustica santa senese patrona d’Europa), una canina rossiccia, dieci televisori (uno per stanza esclusi i bagni), cinque computer e varie migliaia di libri, CD e DVD.
Odia il telefono (gli spiace che a inventarlo sia stato un toscano). Se volete comunicare con lui, scrivetegli.
Questa pagina ha le seguenti sotto-pagine.
Ciao Stefano,
ti lascio un commento qui, perché altrimenti dovrei metterlo in risposta ai tuoi interventi del blog, e come si suol dire, c’entrerebbe ben poco! Finalmente ho letto le prime due storie che mi hai mandato, e ora aspetto con trepidazione le altre, appena le avrai pronte. Sei senz’altro molto bravo a scrivere, ma questo lo sapevo già dagli articoli per Professione! Mi ha interessato soprattutto la storia su Baltimora e su Poe. Per diversi motivi. Intanto perché leghi la tua passione per Poe ad un amico che te lo ha fatto conoscere, e noto anch’io, nella mia esperienza, che le “passioni” trasmesse dagli amici hanno e avranno sempre un gusto – in questo caso un ricordo – molto particolare. L’altro motivo è legato ai miei studi. Come forse ti ho accennato nelle mail, sono laureato in lettere e ho svolto le miei tesi sulla letteratura americana (statunitense), che è forse l’interesse che coltivo di più fin da quando ero bambino. Ti confesso che nell’ambito abbiamo forse gusti un pò diversi: dal racconto, ho capito che sei appassionato della letteratura USA dell’800 e primo 900 (con i rapporti con Pavese di cui parli), mentre io mi sono sempre dedicato al postemoderno, o comunque alla produzione letteraria dopo la II guerra mondiale… sempre alla narrativa, perché – e questa è una costante del mio rapporto con la letteratura in generale – anni di studio non mi hanno mai portato (per ora, mai dire mai…) ad apprezzare la poesia (Eliot a parte).
Ora finisco, che mi pare di essermi già dilungato troppo, ed essermi portato sul personale, quando in realtà sto commentando il tuo blog… e quindi una domanda, una curiosità, se posso, rivolta proprio a te. Vista la tua passione per la letteratura, per la scrittura, e per il sapere a 360°, oltre a questi racconti in progress, ti è mai venuto in mente di cimentarti con qualcosa di più lungo, come ad esempio un romanzo?
Ti saluto, forse avremo occasione di conoscerci, martedì alla riunione, se solo chi di dovere decidesse… ma questo è un altro discorso!
A presto!
Caro Stefano,
lavoro all’Istituto Europeo di Oncologia a Milano. Mi occupo di formazione e ora sto organizzando una rassegna cinematografica per medici e infermieri che operano all’interno dell’Istituto e si confrontano quotidianamente con l’esperienza del cancro.
L’operatore che assiste il malato oncologico si trova ad affrontare una situazione difficile, che reca un carico emotivo elevato e faticoso e che richiede la capacità di accogliere il paziente con tutte le sue angosce, senza peraltro lasciarsi travolgere dal suo dolore.
L’assistenza al malato oncologico richiede quindi specifiche competenze e risorse interiori e con il linguaggio cinematografico si potrebbe pensare di aprire nuovi orizzonti di rilfessione e di elaborazione di vissuti dolorosi e complessi. Mi è piaciuta molto la riflessione “non si tratta soltanto, per i medici, di apprendere (o riapprendere) ad ascoltare le storie dei malati, bensì anche di apprendere a narrare con coraggio agli stessi pazienti oltre che ai colleghi, le proprie storie, col loro celato carico di incertezza e timore dell’errore, di identità insoddisfatta, di paura della propria malattia e della propria morte viste nella malattia e nella morte altrui è l’archetipo del guaritore ferito”. Se avessi un attimo di tempo potremmo incontrarci e confrontarci su questo progetto.
Ti ringrazio molto e se vuoi contattarmi ti lascio l’indirizzo e-mail dell’ufficio: servizio.formazione@ieo.it
A presto
Elena
Ciao Stefano,
è sempre attivo l’indirizzo mail che ho io?
Ho bisogno di parlarti
un caro saluto
federico
[...] libro delizioso, scritto da Stefano Beccastrini e Maria Paola Nannicini, che offre numerosi spunti per collocare storicamente il pensiero [...]
Salve Stefano,
Sono una studentessa di Relazioni Pubbliche e Pubblicità.
Sto facendo la tesi su come comunicare la sostenibilità a livello psicologico.
Ho letto un suo articolo per l’ARPA toscana che mi ha molto colpito perchè argomentava di sostenibilità da punto di vista da cui lo dovrei trattare io.
Sarei interessata a scambiare qualche e-mail con lei se avesse per caso voglia e tempo da ddedicarmi.
grazie per l’attenzione,
Arianna Saviolo